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Ricostruzione


a cura della Redazione


Nell'elenco degli interventi edilizi di cui all'articolo 3 del D.P.R. 6/6/2001 n. 380 (T.U. in materia edilizia) non è annoverata la "ricostruzione" come autonoma tipologia edilizia. Pertanto la ricostruzione è da inquadrarsi all'interno di una delle altre tipologie quando ne condivida le caratteristiche.

In particolare il concetto di ristrutturazione edilizia comprende anche la demolizione seguita dalla ricostruzione del manufatto laddove la riedificazione assicuri la piena conformità di sagoma e volume tra il vecchio e il nuovo manufatto, (fatte salve le sole innovazioni necessarie per l'adeguamento alla normativa antisismica), cioè laddove si pervenga ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, ma la cui diversità si limiti al ripristino o alla sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, all'eliminazione, alla modifica e all'inserimento di nuovi elementi ed impianti, ma non già alla realizzazione di nuovi volumi o una diversa ubicazione (ex multis Consiglio di Stato, sez. V, 4 marzo 2008, n. 918).

Nel caso, invece, di totale demolizione e di successiva ricostruzione diversa per volumetria o anche solo per sagoma (a parità di volumi) dall'immobile preesistente, si è in presenza di realizzazione di un immobile nuovo e non di un immobile ristrutturato (cfr. TAR Campania, Sezione II Napoli, sentenza n.4964 del 14/09/2009; Sezione VIII Napoli, 27 febbraio 2009 , n. 1153; Consiglio Stato , sez. V, 18 dicembre 2008 , n. 6318). In altri termini, ove la ricostruzione successiva a demolizione comporti la riedizione della sagoma e del volume preesistenti, essa configura ristrutturazione edilizia, mentre, in mancanza di tale identità, configura nuova costruzione

La qualificazione come ristrutturazione o nuova costruzione di un intervento di ricostruzione ha conseguenze importanti sul piano giuridico e pratico, con riguardo soprattutto al mantenimento dei distacchi preesistenti. Infatti solo la demolizione e ricostruzione, totale o parziale, di un edificio esistente, qualificabile come ristrutturazione in termini di identità di manufatto come sopra descritto, giustifica sul piano urbanistico il mantenimento delle condizioni di distanze e distacchi esistenti al momento della costruzione del palazzo originario.

Quanto alla ipotesi di crollo dell'edificio durante una demolizione e ricostruzione parziale, « in presenza di una concessione edilizia avente ad oggetto la parziale demolizione e fedele ricostruzione dell'edificio esistente, condizionata, dunque, al mantenimento della parte non demolita, laddove quest'ultima, nel corso dei lavori (e dunque in termini di validità e di efficacia della prima concessione) venga a mancare per via di un crollo totale o parziale, il Comune non può, solo per questo, ritenere i lavori effettuati come avvenuti sine titulo, perché il fatto è sopravvenuto; inoltre, laddove il titolare della concessione edilizia proponga la ricostruzione del muro demolito, mantenendo sempre le medesime condizioni planovolumetriche dell'edificio originario, si è sempre all'interno dello schema della ricostruzione e demolizione, con la conseguenza che non muta, per ciò solo, la qualificazione urbanistica dell'operazione edilizia in esame, che rimane comunque compatibile con le esigenze di interesse pubblico connesse all'istituto della demolizione e ricostruzione. Obbligo del Comune, in tale fattispecie, a parte le ovvie responsabilità di accertamento delle cause del crollo (e della attendibilità della progettazione che lo aveva inizialmente contemplato come da mantenersi) e dei relativi provvedimenti conseguenziali, è quello di esaminare se il progetto come ripresentato a seguito dell'evento crollo sia compatibile con lo strumento urbanistico (che deve prevedere la possibilità, i limiti e la disciplina dell'istituto della demolizione e ricostruzione: cfr. TAR Catania, I, 26.11.2008, nr. 2244), compresi i limiti di sicurezza propri delle relazioni edilizie con i fabbricati limitrofi, ed, in caso affermativo, dovrà assentire l'intervento. » (TAR Calabria, Sezione Reggio Calabria, sentenza n.420 del 17/06/2009)

E' configurabile il reato di cui all'art. 44, comma primo, lett. a), d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dal Tit. IV nonché dai regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dal permesso di costruire) in caso d'intervento edilizio di demolizione e ricostruzione in difformità da un progetto assentito con permesso di costruire, in quanto tale intervento non è eseguibile in base a semplice D.I.A. ai sensi del combinato disposto degli artt. 4, comma settimo, L. 4 dicembre 1993, n. 493 e 1, comma sesto, lett. e) L. 21 dicembre 2001, n. 443, atteso che dette norme si riferiscono ad interventi autonomi e non ad interventi in difformità dal titolo(Cass. Pen. Sez. III, Sent. n. 38028 del 02-07-2008 ).


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Estratti da giurisprudenza pertinente:

TAR PR 80/2000 «In particolare, essi affermano che l’intervento da sanare riguardava esclusivamente le modalità di esecuzione (in mattoni anziché in pietre) della ricostruzione delle pareti dell’edificio, di cui era stato necessario procedere alla demolizione a causa di un crollo intervenuto durante i lavori di ristrutturazione precedentemente assentiti.
Secondo i ricorrenti, la demolizione e la fedele (tranne che per le modalità esecutive) ricostruzione dell’edificio, non dovevano essere assoggettate dal Comune né ad oblazione né a contributo per oneri di costruzione, stante che tale intervento, sia per quanto disposto per legge sia per la normativa di cui al vigente P.R.G. di Reggio Emilia sia, infine, per costante orientamento giurisprudenziale, deve ritenersi già ricompreso nel concetto di ristrutturazione e, pertanto, esso aveva già assolto i relativi dovuti oneri in sede di rilascio della precedente concessione edilizia.
A tutto concedere, proseguono i ricorrenti, dato che l’art.7 della L. n.94 del 1982 assoggetta le demolizioni ad autorizzazione gratuita, l’Amministrazione Comunale poteva applicare la disciplina dettata dall’ultimo comma dell’art.13 della L. n.47 del 1985, che prevede, per i casi di autorizzazione in sanatoria, il “pagamento di una somma determinata dal sindaco nella misura da lire cinquecentomila a lire due milioni”.
Il Collegio ritiene che le prefate considerazioni non siano meritevoli di accoglimento.
Giova premettere in fatto che la precedente concessione edilizia (5832/92) di ristrutturazione rilasciata dal Comune ai ricorrenti non prevedeva – come peraltro riconosciuto da questi ultimi – opere di demolizione delle pareti esterne dell’edificio e che l’atto in questa sede gravato è una concessione edilizia in sanatoria, rilasciata dal Comune, ex art. 13 della L. n.47 del 1985, per sanare il predetto intervento abusivo di demolizione e successiva ricostruzione, quale accertato dalla Polizia Comunale in sede di sopralluogo (v. relativa comunicazione del 18/1/1993 in atti).
L’art.13 della L. n.47 del 1985 (Accertamento di conformità) prevede, al terzo comma, per la parte che qui interessa, che “Il rilascio della concessione in sanatoria è subordinato al pagamento, a titolo di oblazione, del contributo di concessione in misura doppia,…”.
Il Collegio osserva che tale disposizione va posta in relazione con quanto previsto al primo comma dello stesso articolo, che consente l’assentimento in sanatoria di opere edilizie, purchè queste siano conformi agli strumenti urbanistici generali e di attuazione, anche quando le stesse siano state eseguite in assenza di concessione edilizia o in totale difformità da precedente titolo edilizio o con variazioni essenziali o, ancora, in parziale difformità da questo.
Il Collegio deve osservare che nel caso di specie, tenendo presente quanto premesso in fatto e la normativa dianzi richiamata, non si può non pervenire alla conclusione circa la legittimità delle determinazioni comunali in ordine agli importi richiesti a titolo di oblazione e di contributo di concessione, atteso che l’intervento edilizio su cui sono stati calcolati detti importi consiste nella realizzazione di opere totalmente difformi da quelle precedentemente assentite in favore dei ricorrenti, essendo del tutto estranee, rispetto all’originario progetto, la demolizione e la ricostruzione di pareti portanti ed esterne dell’edificio.
E’evidente, pertanto, che sulla base di tali conclusioni, risulta inconferente l’argomentazione ricorsuale tesa a ricomprendere, in astratto, nel concetto di ristrutturazione l’effettuato intervento di demolizione e fedele ricostruzione, posto che, quello che rileva, ai fini della corretta applicazione, al caso che ci occupa, del terzo comma dell’art.13 della L. n.47 del 1985, era la verifica se l’intervento abusivo realizzato poteva o meno essere riconducibile, nella sua globalità e fatte salve eventuali modifiche parziali, all’intervento precedentemente assentito.
Sotto altro profilo, non risulta nemmeno applicabile, al caso in esame, la disposizione di cui all’ultimo comma del citato art.13 della L. n. 47 del 1985; norma invocata, come si è detto, dai ricorrenti in relazione al disposto dell’art.7 della L. n.94 del 1982, dato che risulta del tutto evidente la netta differenza che intercorre tra gli interventi di sola demolizione per i quali la citata norma prevede il rilascio di autorizzazione edilizia gratuita e il complesso intervento di demolizione e ricostruzione di cui è causa; intervento rientrante - come affermato dagli stessi ricorrenti - nel più ampio “genus” della ristrutturazione edilizia, per il quale si rende sempre necessario il rilascio di concessione edilizia e non di semplice titolo autorizzatorio.
Risulta evidente, infatti, che il contributo previsto dall’art.13 della L. 28/2/1985 n.47 per il rilascio della concessione edilizia in sanatoria deve essere calcolato sull’intervento edilizio assentito nel suo complesso, non essendo possibile scindere il contenuto della concessione in due parti (v. C.d.S., sez. V, 26/6/1996 n.799), rappresentate, in questo caso dalla demolizione dell’edificio e dalla ricostruzione dello stesso.

TAR TS 95/2006: « Con concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.1992 iI Comune di Tarvisio autorizzava il Sig. Vitagliano Ciro, attuale ricorrente, all'esecuzione dei lavori di ristrutturazione di un fabbricato di civile abitazione, consistenti nella realizzazione di uno scantinato al di sotto del fabbricato; veniva, altresì, rilasciata l' autorizzazione paesaggistica ex legge n. 1497 del 1939, trattandosi di immobile vincolato.
Con domanda del 21.5.1993 il Vitagliano chiedeva l'approvazione del progetto di variante in corso d’opera, consistente nella modifica della distribuzione interna dell’edificio, nel rispetto delle superfici e delle volumetrie esistenti.
Nel corso della esecuzione dei lavori assentiti si verificava il crollo parziale di alcuni muri, che determinava – a detta dell’istante, in ciò suffragato da apposita relazione tecnica-geologica – l’impossibilità di mantenere la preesistente struttura.
Con ordinanza del 10.6.1993, prot. n. 7666, il Commissario Prefettizio del Comune di Tarvisio ordinava la sospensione immediata dei lavori di ristrutturazione del fabbricato, in quanto asseritamente difformi dalla concessione edilizia, in relazione alla scomparsa di gran parte delle murature perimetrali.
Con domanda del 15.6.1993, protocollata al n. 7883, il Vitagliano chiedeva il rilascio di una concessione edilizia a sanatoria "per i lavori riguardanti la demolizione e ricostruzione dell'edificio".
Con racc. 6.8.93, il Vitagliano, il progettista e il Direttore Lavori, evidenziata la mancata adozione di provvedimenti sanzionatori definitivi entro i 60 gg. di cui all'art. 98, comma 5, della L.R. n. 52/1991 e la conseguente cessazione di efficacia dell'ordinanza di sospensione del 10.6.1993, comunicavano al Comune la data della ripresa dei lavori.
Con nota del 12.10.1993, prot n. 6634, l'Amministrazione comunicava al Vitagliano che, a seguito della presentazione dell'istanza di concessione a sanatoria del 15.6.93, la domanda di concessione in variante del 21.5.1993 veniva archiviata.
Con provvedimento in data 12.10.1993, n. 84/91/2, il Commissario Straordinario del Comune di Tarvisio respingeva l'istanza di concessione in sanatoria del 15.6.93 per l’asserita difformità dal piano di recupero del Capoluogo, vigente al momento dell'abuso, in quanto in relazione al fabbricato de quo non era assentibile la demolizione-ricostruzione; il progetto si sarebbe posto, comunque, in dissonanza con le prescrizioni dello strumento urbanistico vigente relativamente ai distacchi.
Questo provvedimento è stato impugnato dal Vitagliano con il ricorso n. 1065/93.
Con il provvedimento n. 8306 dell’ 8.6.1994, il Comune, dato atto della difformità dei lavori dalla concessione edilizia di ristrutturazione e dalla autorizzazione paesaggistica, ed avuto riguardo al fatto che il diniego della domanda di sanatoria "costituisce il provvedimento definitivo di cui all'art. 98, comma 5, L.R. n. 52/1991", ordinava al committente Vitagliano Ciro, al Direttore dei Lavori arch. Mario Matiz e alla S.r.l. "L'Ambiente" “l'immediata demolizione delle opere realizzate in difformità dalla concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.92 e dall'autorizzazione paesaggistica n. 84/91 del 25.5.92, costituite dalle murature perimetrali del piano rialzato della costruzione".
Il Vitagliano inoltrava al Comune, in data 8.7.1994, domanda di concessione edilizia per variante in corso d'opera (ex art. 110 L.R. 52/91), avente ad oggetto l'avvenuto crollo accidentale, specificando che tale domanda non costituiva, comunque, acquiescenza al provvedimento sanzionatorio sopracitato (n. 8306/3892 dell’ 8.6.94), che si riservava di impugnare.
Con nota n. 10051 dell’11.7.1994, l'Assessore delegato all'edilizia privata comunicava che, stante l'avvenuto accertamento di esecuzione di opere edilizie in difformità dalla concessione, la richiesta di variante doveva essere presentata esplicitamente "a sanatoria", giusto l'art. 108 della L.R. n. 52/1991.
I suddetti provvedimenti (ingiunzione di demolizione n. 8306/94 e nota n.10051 dell’ 11.7.1994) venivano anch'essi impugnati avanti al T.A.R. con il ricorso n. 806/94 e sospesi con ordinanza del 13.10.94, n. 420/94, avendo il Tribunale ritenuto che non si potesse procedere alla demolizione in mancanza della prescritta ingiunzione.
Il Vitagliano, richiedeva nuovamente, con domanda del 6.2.1996, la concessione di variante in corso d’opera o in via subordinata la
variante in sanatoria.
Con ordinanza del 28.5.1996, n. 84/91/4, impugnata con il ricorso n. 655/96, l'Assessore Delegato all'Edilizia Privata ed Urbanistica ha respinto la domanda, per l’asserito contrasto con gli strumenti urbanistici vigenti al momento della realizzazione dell'intervento e della presentazione della domanda.
Successivamente, con ordinanza di data 21.8.1996, n. 12772, il Comune ha ingiunto la demolizione delle opere asseritamente abusive.
Avverso detta ordinanza il Vitagliano è insorto in questa sede con il ricorso n. 872/96.
L’intimato Comune di Tarvisio non si è costituito in giudizio in nessuno dei quattro ricorsi.
Questi ultimi sono stati introitati dal Collegio e sono passati in decisione nella pubblica udienza del 25.1.2006.
Evidenti ragioni di connessione inducono il Collegio a riunire i ricorsi, rubricati ai nn. 1065/93-806/94-655/96 e 872/96, onde deciderli con un’unica sentenza.
Il ricorso n. 1065/93 è diretto all’annullamento:
- del provvedimento del Commissario straordinario del Comune di Tarvisio n. 84/91/2 del 12.10.1993, prot. n. 7883, con il quale è stata respinta la domanda del ricorrente in data 15.6.1993, volta ad ottenere la concessione edilizia in sanatoria per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione;
- di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti.
Oggetto del ricorso n. 806/94 sono:
- il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 8306 di prot. dell’8.6.1994, con il quale è stata ordinata la demolizione delle opere realizzate in difformità dalla concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.1992 e dall’autorizzazione paesaggistica n. 84/91 del 25.5.1992;
- il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 10051 di prot. dell’11.7.1994, con il quale è stata archiviata la domanda del ricorrente in data 8.7.1994, volta ad ottenere la concessione edilizia in variante per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione;
- tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti.
Il ricorso n. 655/96 è volto all’annullamento:
- del provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 84/91/4 di prot. del 28.5.1996, con il quale è stata respinta la domanda del ricorrente in data 6.2.1996, volta ad ottenere la concessione edilizia in variante o in sanatoria per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione;
- dell’art. 7, lett. d) delle norme di attuazione della variante n. 22 al P.R.G.C. del Comune di Tarvisio, adottata con deliberazione consiliare n. 315 del 2.10.1990 e approvata con D.P.G.R. 8.10.1993, n. 384;
- di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti.
Il ricorso n. 872/96 è diretto alla caducazione:
- del provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 12772 di prot. del 21.8.1996, con il quale è stata ordinata la demolizione delle opere realizzate in difformità dalla concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.1992 e dall’autorizzazione paesaggistica n. 84/91 del 25.5.1992;
- di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti.
Giova sottolineare, al fine di un corretto approccio alle questioni sottese ai quattro ricorsi, che la vicenda trae origine da un intervento di demolizione e ricostruzione non previsto dalla concessione edilizia originaria, la quale riguardava altri lavori di ristrutturazione: questo intervento non è stato assentito in via di sanatoria.
Al riguardo sembra opportuno ricordare, anche in relazione ad alcuni passaggi argomentativi che si andranno a svolgere in prosieguo di trattazione, che l’ art. 65 della legge regionale 19 novembre 1991, n. 52 prevede che “rientrano fra gli interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli rivolti alla […..] demolizione e ricostruzione di singoli edifici”:
Ciò significa che, fermo ovviamente restando l’obbligo di rispetto dei volumi e della sagoma del vecchio edificio, anche tale tipo di ristrutturazione, comportante la demolizione e la ricostruzione, è da considerarsi pienamente legittima ed assentibile: essa è pervenuta al rango di previsione normativa - come è noto -come frutto della saggezza di una pluridecennale giurisprudenza che aveva individuato la sostanziale mancanza di ogni differenza tra i due tipi di ristrutturazione, sempre che, naturalmente, l’opera sia ricostruzione fedele di un fabbricato identico quanto a sagoma, volumi e area di sedime, secondo la definizione di cui all’art. 3, lett. d) del T.U. dell’edilizia approvato con D.L.vo n. 380/01, ovvero comunque siano rispettati i più generici, ma ugualmente chiari, limiti previsti sin dall’art. 31 L. n. 457/78 e ora quasi testualmente fatti propri dal già citato art. 65 L.R. n. 52/91.
Il testo del richiamato art. 65 della legge regionale 19 novembre 1991, n. 52, all’epoca della vicenda per cui è causa, era il seguente:
“Interventi di ristrutturazione edilizia
1. Sono interventi di ristrutturazione edilizia quelli rivolti a trasformare, nel rispetto delle volumetrie preesistenti, gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in parte diverso dal precedente ed in particolare finalizzati:
a) alla riorganizzazione interna dell' edificio sia in termini di utilizzo delle superfici che dei volumi;
b) alla sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell' edificio che non rientrino tra gli interventi di manutenzione straordinaria.
2. Rientrano tra gli interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli rivolti alla modifica del numero delle unita' immobiliari e alla demolizione e ricostruzione di singoli edifici”.
Dunque, va stabilito che un intervento edilizio comportante la demolizione e la ricostruzione del preesistente edificio era ammissibile all’epoca della vicenda in questione, beninteso nei limiti di cui si è detto, alla luce del chiaro ed inquivocabile dato normativo di cui al richiamato art. 65, oltre che di una giurisprudenza consolidata (Cfr., ex pluribus, Cons. St., V, 28 giugno 1988, n. 416, 9 luglio 1990, n. 594, 4 aprile 1991, n. 430, 3 febbraio 1992, n. 86, 6 dicembre 1993, n. 1279, 23 maggio 2000, n. 2988, 8 agosto 2003, n. 4593).
Nessuna preclusione – ovviamente – è data dal fatto che un intervento siffatto venga chiesto a sanatoria: a fronte di una domanda del privato, titolare di una concessione di ristrutturazione di un immobile, tesa ad ottenere una ulteriore concessione - questa volta a sanatoria – per un diverso intervento di ristrutturazione, comportante la demolizione e la ricostruzione dello stesso immobile: l’Autorità agente non può trincerarsi dietro la giuridica impossibilità di assentire un intervento di demolizione-ricostruzione; è tenuta, invece, ad esaminarne la assentibilità alla luce dei ripetuti limiti.
Venendo al caso di cui alla presente controversia, il Comune di Tarvisio, con concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.1992, aveva autorizzato il Sig. Vitagliano Ciro all'esecuzione deilavori di ristrutturazione di un fabbricato di civile abitazione.
Alla stregua di quanto si è sopra detto, l’assenso agli ulteriori interventi di ristrutturazione eseguiti sine titulo dall’interessato non poteva, dunque, essere negato in base alla semplice considerazione che non era consentita la demolizione-ricostruzione: questo – ripetesi - alla stregua del ripetuto art. 65 della legge regionale n. 52 del 1991, secondo cui:“rientrano fra gli interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli rivolti alla […..] demolizione e ricostruzione di singoli edifici”.
Vero è che con il provvedimento impugnato con il primo ricorso – il n. 1065/93 – il Commissario straordinario ha respinto la domanda del ricorrente in data 15.6.1993, volta ad ottenere la concessione edilizia in sanatoria per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione, perchè asseritamente contrastante con “il piano di recupero del Capoluogo, vigente al momento dell’abuso, in quanto sul fabbricato di cui trattasi non era assentibile la demolizione – ricostruzione”.
Tuttavia, il Commissario non indica quale norma del piano di recupero vigente all’epoca dell’abuso impedisse l’intervento di demolizione-ricostruzione: dalla produzione documentale versata al processo, e, segnatamente, dall’estratto delle norme del piano in parola, afferenti gli interventi di restauro e risanamento conservativo, non emerge questo contrasto.
Sotto questo profilo l’apparato motivazionale della gravata determinazione si appalesa carente.
Non miglior sorte ha il secondo referto giustificativo addotto dal Commissario per negare la sanatoria, ovverosia il contrasto dell’intervento, al momento della realizzazione dell’abuso, con la variante n. 22 al P.R.G.C “in itinere”, che nelle zona B1 (interessata dal medesimo intervento) impedirebbe le costruzioni o le ricostruzioni di edifici ad una distanza inferiore a m. 5 dal confine di proprietà e m. 10 da edifici esistenti.
Infatti, da un lato è a dire che il provvedimento non offre dimostrazione alcuna di questo assunto, cioè della violazione della variante, in parte qua; sotto altro profilo, l’art. 8 della variante, nella parte in cui (lettera “c”) disciplina gli “Indici e parametri” e fissa le distanze cennate nel provvedimento stesso, si riferisce esplicitamente alla “costruzione di nuovi edifici” ed all’”ampliamento di edifici esistenti” in zona B1 (zone centrali), mentre nella fattispecie trattasi di un caso di demolizione-ricostruzione conseguente a crolli dei muri perimetrali (in seguito ai lavori di scavo dello scantinato): cui andrebbe, semmai, applicata la successiva previsione del medesimo punto “c”, che parla di edifici “demoliti o crollati in epoca successiva al 2.10.1990”, i quali potranno essere ricostruiti negli allineamenti e volumi preesistenti, salvo, in caso contrario, il rispetto degli indici e dei parametri fissati dalla norma.
La previsione in parola – è opportuno soggiungere, anche perché verrà ripresa più avanti nella trattazione – richiede per gli interventi di ricostruzione nell’ambito posto tra via Roma e Via Vittorio Veneto (sul quale insiste l’intervento per cui è causa) un piano attuativo di iniziativa pubblica o privata; salvo – in assenza del piano – il rispetto delle previsioni dell’art. 7 per le zone BA, classe c, ove non è ammessa la demolizione e la ricostruzione, ancorché siano consentiti – tra l’altro - gli interventi di ristrutturazione di cui all’art. 65 della legge n. 52 del 1991.
Il provvedimento impugnato con il primo ricorso - n. 1065/93 - come si è visto, richiama solo una parte dell’art. 8 della variante “in itinere” n. 22, ossia quella relativa alla disciplina della zona B1 (interessata dall’intervento de quo), ove sarebbero inibite le costruzioni o le ricostruzioni di edifici ad una distanza inferiore a m. 5 dal confine di proprietà e m. 10 da edifici esistenti.
Il richiamo – lo si è visto – si appalesa, peraltro, immotivato ed incongruo.
Alla stregua delle suesposte osservazioni, il ricorso in esame va accolto e l’impugnato provvedimento va annullato.
Vanno, del pari, annullati i provvedimenti gravati dal ricorso n. 806/94, ossia:
- il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 8306 di prot. dell’8.6.1994, con il quale è stata ordinata la demolizione delle opere realizzate in difformità dalla concessione edilizia n. 84/91 del 5.10.1992 e dall’autorizzazione paesaggistica n. 84/91 del 25.5.1992;
- il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 10051 di prot. dell’11.7.1994, con il quale è stata archiviata la domanda del ricorrente in data 8.7.1994, volta ad ottenere la concessione edilizia in variante per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione.
Quanto alla ordinanza di demolizione, motivata con l’avvenuto diniego della domanda di sanatoria (impugnata con il ricorso n. 1065/93), l’accertata illegittimità del diniego travolge per invalidità derivata l’ordinanza de qua; la quale, peraltro, appare viziata ex se perché non era stata preceduta dalla prescritta ingiunzione, come rilevato da questo Tribunale con la ordinanza n. 420/94 del 13 ottobre 1994, recante la sospensione dell’ordinanza stessa.
Circa il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 10051 di prot. dell’11.7.1994, con il quale è stata archiviata la domanda del ricorrente in data 8.7.1994 (ed è stata rappresentata la esigenza di presentare una variante a sanatoria), anch’esso deve essere annullato perché affetto da invalidità derivata, in quanto è stato motivato con l’intervenuta ordinanza di demolizione n. 8306 di prot. dell’8.6.1994, della quale si è più sopra stabilita la illegittimità.
Il ricorso n. 655/96 è volto all’annullamento:
- del provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 84/91/4 di prot. del 28.5.1996, con il quale è stata respinta la domanda del ricorrente in data 6.2.1996, volta ad ottenere la concessione edilizia in variante o in sanatoria per la esecuzione di lavori di ristrutturazione mediante ricostruzione di un fabbricato ad uso di civile abitazione;
- dell’art. 7, lett. d) delle norme di attuazione della variante n. 22 al P.R.G.C. del Comune di Tarvisio, adottata con deliberazione consiliare n. 315 del 2.10.1990 e approvata con D.P.G.R. 8.10.1993, n. 384;
- di tutti gli atti presupposti, connessi e conseguenti.
Il primo provvedimento impugnato, ossia quello dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 84/91/4 di prot. del 28.5.1996, è stato motivato, sotto un primo profilo, con la circostanza che il progetto si sarebbe posto in contrasto con “il piano di recupero del Capoluogo, vigente al momento dell’abuso, in quanto sul fabbricato di cui trattasi non era assentibile la demolizione – ricostruzione”.
Questa motivazione è fondatamente censurabile alla stregua delle osservazioni fatte in sede di esame del primo ricorso, ossia del ricorso n. 1065/93.
Non merita condivisione neppure il secondo ragguaglio addotto dal Commissario per negare la sanatoria, ovverosia il contrasto dell’intervento, al momento della realizzazione dell’abuso, con la variante n. 22 al P.R.G.C “in itinere”, che nelle zona B1 (quella dell’intervento de quo) impedirebbe le costruzioni o le ricostruzioni di edifici ad una distanza inferiore a m. 5 dal confine di proprietà e m. 10 da edifici esistenti.
Infatti – ripetendo anche qui cose già dette in sede di primo ricorso, il n. 1065/93 - da un lato è a dire che il provvedimento non offre dimostrazione alcuna di questo assunto, cioè della violazione della variante, in parte qua; sotto altro aspetto, l’art. 8 della variante, nella parte in cui (lettera “c”) disciplina gli “Indici e parametri” e fissa le distanze cennate nel provvedimento stesso, si riferisce esplicitamente alla “costruzione di nuovi edifici” ed all’”ampliamento di edifici esistenti” in zona B1 (zone centrali), mentre nel caso di specie trattasi di un caso di demolizione-ricostruzione conseguente a crolli dei muri perimetrali (in seguito ai lavori di scavo dello scantinato): cui andrebbe, semmai, applicata la successiva previsione del medesimo punto “c”, che parla di edifici “demoliti o crollati in epoca successiva al 2.10.1990”, i quali potranno essere ricostruiti negli allineamenti e volumi preesistenti, salvo, in caso contrario, il rispetto degli indici e dei parametri fissati dalla norma.
La previsione in parola (art. 8, lett. “c”, seconda parte) richiede, poi, per gli interventi di ricostruzione nell’ambito posto tra via Roma e Via Vittorio Veneto (ambito sul quale insiste l’intervento per cui è causa) un piano attuativo di iniziativa pubblica o privata, salvo – in assenza del piano – il rispetto delle previsioni dell’art. 7 per le zone BA, classe c, ove espressamente non è ammessa la demolizione e la ricostruzione; però sono consentiti – tra l’altro – “gli interventi di ristrutturazione edilizia indicati all’art. 65” della legge n. 52 del 1991.
Come si è visto, quest’ultima disposizione così recitava all’epoca della vicenda:
“Interventi di ristrutturazione edilizia
1. Sono interventi di ristrutturazione edilizia quelli rivolti a trasformare, nel rispetto delle volumetrie preesistenti, gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere, che possono portare ad un organismo edilizio in parte diverso dal precedente ed in particolare finalizzati:
a) alla riorganizzazione interna dell' edificio sia in termini di utilizzo delle superfici che dei volumi;
b) alla sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell' edificio che non rientrino tra gli interventi di manutenzione straordinaria.
2. Rientrano tra gli interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli rivolti alla modifica del numero delle unita' immobiliari e alla demolizione e ricostruzione di singoli edifici”.
Il gravato provvedimento del 28.5.1996, nella seconda parte, afferente l’asserito contrasto con il P.R.G. vigente al momento della presentazione della domanda di sanatoria, richiama, proprio, l’art. 8, lett. c) della variante, di cui si è sopra detto, per concludere che, in assenza di Piano Particolareggiato d’obbligo, non è assentibile la demolizione-ricostruzione.
Il medesimo provvedimento ribadisce, infine, la non assentibilità delle costruzioni o delle ricostruzioni di edifici ad una distanza inferiore a m. 5 dal confine di proprietà ed a m. 10 da edifici esistenti.
Anche questa seconda parte dell’apparato motivazionale è – ritiene il Collegio – fondatamente censurabile.
Sul problema delle distanze si è già parlato.
Quanto al richiamo all’art. 8, comma c) della variante, avendo l’art. 65 della legge regionale n. 52 del 1991 sussunto espressamente gli interventi di demolizione-ricostruzione nel paradigma della ristrutturazione edilizia, la previsione dell’art. 7 della variante non può non essere letta nel senso che sono consentiti gli interventi di ristrutturazione indicati dall’art. 65: ed invero, l’art. 61, comma 3 della legge regionale n. 52 del 1991 prevede che: “le definizioni di cui al presente Capo prevalgono su quelle contenute negli strumenti urbanistici comunali e nei regolamenti edilizi (art. 61, comma 3 L. R. n. 52/91); è appena il caso di precisare che il “presente capo” è il Capo I del titolo VI della suddetta legge, e che tra tali definizioni, che i comuni quindi non possono ignorare, vi è anche quella dell’art. 65, comma 2, qui più volte richiamata, che fa rientrare fra gli interventi di ristrutturazione edilizia anche quelli rivolti alla demolizione e ricostruzione di singoli edifici.
La antinomia tra le due proposizioni dell’art. 7 circa gli interventi di demolizione e ricostruzione va, pertanto, risolta dando prevalenza al disposto dell’art. 65.
Nella fattispecie per cui è causa, l’intervento de quo, comportante anche – ma non solo – la demolizione e la ricostruzione del preesistente fabbricato, rispecchia, dunque, le caratteristiche indicate dall’art. 65.
Va soggiunto che il gravato provvedimento non chiarisce, peraltro, le ragioni per cui è stata data una lettura dissonante dal compendio normativo in questione.
In definitiva, alla luce delle suesposte osservazioni, il provvedimento dell’Assessore delegato all’edilizia privata ed urbanistica del Comune di Tarvisio n. 84/91/4 di prot. del 28.5.1996 va annullato in quanto inficiato dai vizi suddetti.»

TAR PE 266/2004: « Il ricorso in esame è diretto all’annullamento del diniego di concessione edilizia in sanatoria chiesta in relazione alla modifica delle modalità esecutive della realizzazione di un intervento edilizio già assentito con concessione edilizia regolarmente rilasciata all’interessata: il progetto assentito con l’originaria concessione prevedeva la ristrutturazione dell’edificio preesistente mediante la demolizione di gran parte di esso, con salvezza delle fondazioni e di parte dei muri perimetrali da conservare in funzione di tamponatura, oltrechè l’ampliamento in pianta dello stesso edificio e la relativa sopraelevazione. Il progetto presentato a corredo dell’istanza di sanatoria prevede la totale demolizione dei muri perimetrali e la conservazione delle fondazioni esistenti da utilizzare come sottofondazioni per la ricostruzione dell’edificio preesistente, oltrechè l’ampliamento in pianta dello stesso e la relativa sopraelevazione secondo le stesse dimensioni, volumetrie e sagoma di cui all’originario progetto, con la realizzazione, quindi, di un edificio assolutamente identico, anche nei prospetti, a quello assentito in precedenza.
Il ricorso è, peraltro, diretto all’annullamento dell’art. 34 bis delle NTA del vigente PRG nella parte in cui, quale presupposto logico giuridico del diniego di che trattasi, prescrive che laddove gli interventi di ristrutturazione edilizia siano attuati mediante demolizione e ricostruzione debbono essere rispettate le distanze previste dalla lett. e) della stessa norma.
Il ricorso è, d’altra parte, diretto all’annullamento dell’ordine di demolizione conseguente al diniego di sanatoria e conclude per il risarcimento dei danni subiti.
La difesa di parte resistente eccepisce l’inammissibilità del ricorso per tardività rispetto alla comunicazione, con nota 17.2.2003 n. 2704, del parere 13.2.2003 della Commissione edilizia che, pur favorevole, condizionava il rilascio della concessione in sanatoria al nulla-osta provinciale per la distanza inferiore a m. 10 dalla strada prospiciente l’edificio ed al consenso del confinante per la distanza inferiore a m. 5 dal confine (distanze minime appunto prescritte dall’art. 34 bis).
Ad avviso del Collegio, l’eccezione non può essere condivisa, giacchè, alla predetta comunicazione ha fatto seguito il provvedimento espresso di diniego 20.5.2003 n. 8091, conclusivo del procedimento e tempestivamente impugnato (ricorso notificato il 3.7.2003).
Né occorreva (come sostiene la difesa di parte resistente nel formulare l’eccezione in esame) impugnare detto parere con un tempestivo precedente ricorso autonomo o, almeno, con il ricorso in esame, giacchè tale parere, atteso il relativo tenore, costituisce un mero atto endoprocedimentale, come tale assorbito dall’impugnazione del provvedimento conclusivo del procedimento, tanto più che la motivazione del provvedimento di diniego fa anche espresso riferimento alla mancata produzione del nulla-osta e del consenso richiesti.
Nel merito il ricorso s’appalesa fondato.
Giova evidenziare, innanzitutto, il dettato dell’art. 34 bis delle NTA del PRG vigente nel Comune di Cepagatti, costituendo tale norma il presupposto logico e giuridico del diniego di concessione edilizia in sanatoria e dei relativi atti antecedenti e successivi, tutti, compresa detta norma, oggetto d’impugnativa.
Dopo aver indicato che disciplina le zone B4 di completamento individuate sugli elaborati grafici e che i fabbricati esistenti alla data di approvazione della variante parziale al PRG legittimamente realizzati possono mantenere la destinazione d’uso in atto e la loro volumetria complessiva anche se in contrasto con le previsioni delle NTA stesse, la norma in esame prescrive (al punto 04) che i fabbricati esistenti possono essere oggetto dei seguenti interventi: restauro conservativo, risanamento conservativo, risanamento igienico ed edilizio, demolizione, ristrutturazione edilizia (anche con demolizione e ricostruzione), edificazione, ampliamento con aumento di carico urbanistico, ampliamento senza aumento di carico urbanistico, mutamento della destinazione d’uso edilizia, mutamento della destinazione d’uso funzionale. La norma in esame (al punto 04) prescrive, altresì, che per gli interventi di ristrutturazione edilizia che prevedono la demolizione e ricostruzione devono essere rispettate le distanze previste nelle stesse NTA in fase di ricostruzione.
Orbene, ad avviso del Collegio, la norma in esame appare (come dedotto nell’ambito del primo motivo di ricorso) illogica ed in contrasto con il concetto di ristrutturazione edilizia delineato dall’art.30, lett. e), della L. Reg. Abruzzo 12 aprile 1983 n. 18, come modificato dall’art. 19 della L. Reg. Abruzzo 27 aprile 1995 n. 70.
Ed invero, detta norma della citata legge regionale, dopo aver ripetuto la formulazione della lett. d) dell’art. 31 della L. 5 agosto 1978 n. 457, precisa che negli interventi di ristrutturazione edilizia sono ammessi: aumenti della superficie utile interna al perimetro murario preesistente, in misura non superiore al 10% della stessa; aumenti della superficie utile e/o del volume degli edifici ove ciò sia consentito dagli strumenti urbanistici; la demolizione e ricostruzione di singoli edifici nei limiti predetti.
Tanto, quale previsione migliorativa della nozione di ristrutturazione edilizia elaborata dalla giurisprudenza amministrativa che, da tempo, è orientata nel ritenere che nel concetto di ristrutturazione rientrano anche le opere di totale demolizione e fedele ricostruzione di un edificio, purchè la ricostruzione assicuri la piena conformità di sagoma, di volume e di superficie tra il vecchio ed il nuovo fabbricato (fra le tante: Cons. St., Sez. V, 9 luglio 1990 n. 594; 18 dicembre 1997 n.1581; 20 ottobre 1998 n. 1491; 3 aprile 2000 n. 1906; 9 ottobre 2002 n. 5410).
Ebbene, la comparazione tra la succitata norma regionale che definisce il concetto di ristrutturazione edilizia e la succitata norma dello strumento urbanistico comunale, che condiziona la relativa ricostruzione al rispetto delle distanze dai confini e dalle strade, porta alla evidente conclusione che la seconda contrasta con la prima, giacchè, ove dall’edificio esistente non siano rispettate dette distanze, comporta l’impossibilità di realizzare la fedele ricostruzione, quanto a sagoma, volume e superficie, del preesistente edificio demolito per eseguire opere di ristrutturazione edilizia come consentite dalla legislazione statale e regionale in materia.
Peraltro, la succitata norma dello strumento urbanistico comunale appare, evidentemente, illogica laddove, da una parte, consente interventi di ristrutturazione edilizia anche con demolizione e ricostruzione, e, dall’altra, per tal genere di interventi impone nella fase di ricostruzione il rispetto delle distanze prescritte dalle norme tecniche d’attuazione, così impedendo di fatto la ricostruzione fedele del preesistente edificio secondo il concetto elaborato in materia dalla giurisprudenza e fatto proprio dalla legislazione regionale.
Tanto comporta che, pur nel rispetto dell’autonomia pianificatoria del comune e ferma l’insindacabilità nel merito delle scelte pianificatorie dell’ente locale, l’art. 34 bis delle NTA del PRG del Comune di Cepagatti deve essere annullata in parte qua, poiché (come anticipato) manifestamente illogica ed in contrasto con l’art. 30, lett. e), della legge regionale n. 18 del 1983 nel testo vigente.
Consegue che il diniego di concessione edilizia in sanatoria, basato com’è sulla vigenza del succitato art. 34 bis delle NTA, è a sua volta illegittimo per le stesse argomentazioni sopra esposte dal Collegio (e come dedotto dalla difesa di parte ricorrente).
Né appare condivisibile quanto sostiene la difesa di parte resistente allorché evidenzia che l’intervento costruttivo di che trattasi non può essere qualificato come ristrutturazione edilizia, poiché l’edificio da ricostruire è completamente diverso dal preesistente demolito, sia per le dimensioni in pianta (che quasi ne raddoppiano la superficie), sia per le altezze (in quanto è realizzato un piano in più), sia per la volumetria complessiva.
Ed infatti, tale argomentazione riposa, ad avviso del Collegio, su di un equivoco di fondo: quello di non considerare che la concessione edilizia originaria, su cui s’innesta la domanda di sanatoria (che appare piuttosto una domanda di variante in corso d’opera), era stata regolarmente rilasciata per lavori di ristrutturazione ed ampliamento di un fabbricato esistente in base ad un progetto che, oltre alla demolizione di gran parte dell’esistente, ne prevedeva la ricostruzione con ampliamento in pianta e con sopraelevazione nelle stesse dimensioni di cui al progetto allegato alla domanda di sanatoria. Dunque, l’intervento costruttivo era assentito, sin dall’origine, come un intervento misto che prevedeva una operazione di ristrutturazione edilizia con annessa una concomitante operazione di ampliamento e sopraelevazione.
Orbene, se sin dall’origine era assentito un intervento di tal genere, non è logico ritenere che l’intervento stesso non è più assentibile sol perché la demolizione e la ricostruzione, proprie della parte dell’intervento di ristrutturazione edilizia, vengono realizzate mediante demolizione totale anziché parziale.
Ed invero, secondo la giurisprudenza amministrativa, la ristrutturazione edilizia di un fabbricato può consistere anche nella totale demolizione e successiva fedele ricostruzione, sicchè l’abbattimento delle murature preesistenti con realizzazione di una intelaiatura in cemento armato, prescritta per motivi antisismici, non esclude che l’intervento possa essere classificato come ristrutturazione edilizia (Cons. St., Sez.V, 9 luglio 1990 n. 594); peraltro, in tale concetto di ristrutturazione rientrano anche le opere di demolizione e di fedele ricostruzione di un fabbricato, il cui avvio avvenga mediante la realizzazione di nuove fondamenta, qualora la concessione edilizia sia stata rilasciata per un intervento ristrutturativo e per il contestuale ampliamento delle preesistenze (Cons. St., Sez. V, 20 ottobre 1998 n.1491).
Pertanto, l’intervento costruttivo di che trattasi non può essere considerato come nuova costruzione, cui dover applicare le norme tecniche d’attuazione che impongono le distanze minime di cui alla lett. e) dell’art. 34 bis più volte citato, bensì come intervento di ristrutturazione edilizia e contestuale ampliamento e sopraelevazione, quale è stato originariamente assentito, tanto più che (giova ripeterlo) l’unica variazione attiene alle modalità esecutive della parte dell’intervento riguardante la ristrutturazione, senza con ciò modificare l’estensione in pianta, le altezze, la sagoma e i volumi, i quali tutti restano uguali a quelli di cui all’originario progetto. »

TAR PE 197/2003: « Secondo la giurisprudenza, la nozione di ristrutturazione edilizia interpretata ai sensi dell’art.31, I comma lett. d), della legge n.457 del 1978 comprende anche gli interventi consistenti nella demolizione e successiva ricostruzione del fabbricato, purchè la successiva ricostruzione sia fedele, cioè l’edificio ricostruito risulti, quanto a sagoma e volumi, identico a quello preesistente; inoltre, occorre che il manufatto sul quale si svolgono gli interventi rimanga il medesimo per forma, volume ed altezza, in quanto il risultato della ristrutturazione può bensì essere un “organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”, purchè però la diversità sia dovuta ad interventi comprendenti il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi del manufatto, ovvero l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti, e non già la realizzazione di nuovi volumi (Cons. St., Sez. V, 24 febbraio 1999 n.197).
Peraltro, secondo la giurisprudenza, le disposizioni di cui all’art.31 della legge n.457 del 1978, che definiscono i tipi di intervento edilizio, riguardano esclusivamente le opere di edilizia residenziale e non possono applicarsi analogicamente a tutti gli interventi edilizi (Cons. St., Sez. V, 22 marzo 1995 n.451).
Sicchè, la giurisprudenza ha ritenuto che si configura come “nuova costruzione” la ristrutturazione di un edificio, prima adibito a capannone industriale, con la trasformazione in immobile destinato ad uffici ed attività commerciali oppure a residenza; infatti, il concetto di nuova costruzione riguarda non solo la realizzazione di un manufatto su un area libera, ma anche ogni intervento di ristrutturazione che rende il fabbricato oggettivamente diverso da quello preesistente, in considerazione dell’entità delle modifiche; peraltro, la relativa concessione deve anche prevedere gli spazi destinati a parcheggio (Cons. St., Sez. V, 3 febbraio 1999 nn.98 e 101; Sez. V, 22 giugno 1998 n.921).
D’altra parte, la legge regionale urbanistica dell’Abruzzo, all’art.30, I comma lett. e), della legge reg. n.18 del 1983 come modificato dalla legge reg. n.70 del 1995, nel definire gli interventi di ristrutturazione edilizia, dopo aver ripetuto esattamente le espressioni dettate dall’art.31, I comma lett. d), della legge statale n.457 del 1978, aggiunge che sono ammessi:
- aumenti della superficie utile interna al perimetro murario preesistente, in misura non superiore al 10% della superficie utile stessa;
- aumenti della superficie utile e/o del volume degli edifici ove ciò sia consentito dagli strumenti urbanistici comunali;
- la demolizione e ricostruzione di singoli edifici nei limiti di cui sopra.
Il TAR Abruzzo, Sez. di Pescara, con sentenza 20 dicembre 2002 n.1182, ha avuto modo di precisare che la norma sta a significare che:
- è possibile recuperare tutto il volume esistente ed aumentare la superficie utile interna in misura non superiore al 10% della superficie utile;
- non occorre il rispetto integrale della sagoma esistente ed è, quindi, possibile anche sopraelevare l’edificio preesistente, una volta che sia stato demolito, purchè ne risulti un nuovo organismo edilizio che rispetti, comunque, gli indici sopra indicati.
Orbene, tenendo presente l’elaborazione giurisprudenziale sopra ricordata, nel caso in esame, appare evidente che il progetto presentato con la c.d. d.i.a. del 7-8 luglio 2002, relativo al ricostruendo edificio, non può essere qualificato come intervento di ristrutturazione edilizia, bensì come nuova costruzione.
Ed infatti, il preesistente edificio (già demolito) era costituito da più corpi di fabbrica di differenti dimensioni ed altezze, variamente collegati fra loro, costituenti un composito complesso edilizio adibito ad opificio industriale (lavorazione della liquirizia), mentre il ricostruendo edificio è costituito da un unico complesso edilizio destinato ad uffici privati e ad attività commerciali.
Di quelli preesistenti, il corpo di fabbrica più elevato aveva altezza di m.14,00 circa, mentre gli altri corpi avevano altezze ben inferiori: m.11,80; m.10,45; m.6,40; m.4,30. Invece, il ricostruendo edificio ha un’altezza costante di m.18,00 (fuori terra) per tutta la sua estensione.
I vari corpi di fabbrica preesistenti, salvo che per due piccoli corpi adibiti l’uno ad abitazione e l’altro ad uffici, erano realizzati in modo tale da poter essere adibiti alla produzione, alla confezione, alle spedizioni, a sgombero, ad officina: nella maggior parte, quindi, erano costruiti come capannoni industriali o simili. Invece, il ricostruendo edificio viene realizzato su quattro piani, ciascuno dei quali è suddiviso in locali adibiti ad uffici e dotati ciascuno di servizi, mentre il piano terra è suddiviso in locali commerciali anch’essi dotati di servizi. Peraltro, ai piani secondo e quarto sono previsti locali con doppia altezza interna.
Dal raffronto della tavola 2 del progetto a suo tempo assentito con concessione edilizia 23.4.1999 n.7986, tavola (depositata in fascicolo di parte ricorrente) che rappresenta l’insieme dei corpi di fabbrica preesistenti, con le tavole 4/6 e 6/6 del progetto allegato alla c.d. d.i.a. presentata l’8.7.2002 (tavole depositate, rispettivamente, nei fascicoli di parte ricorrente e controinteressata) le quali rappresentano il ricostruendo edificio, appare di tutta evidenza che le modifiche apportate sono di entità e consistenza tali da trasformare il preesistente edificio in uno oggettivamente diverso, a nulla rilevando la circostanza che il nuovo conserva la stessa volumetria del preesistente.
Vero è che l’art.1, comma 6 lett. b), della legge n.443 del 2001 consente che in base a semplice denuncia di inizio attività possano realizzasi le ristrutturazioni edilizie anche mediante demolizione e ricostruzione con le stesse volumetria e sagoma, ma deve pur sempre trattarsi di ristrutturazioni edilizie secondo la nozione elaborata dalla giurisprudenza con riferimento alla legislazione statale cui, com’è noto, sono riservate le norme di carattere generale e programmatico. Ed infatti, per qualificare come ristrutturazione un intervento edilizio, non appare sufficiente la circostanza che la ricostruzione avvenga con le stesse volumetria e sagoma: queste costituiscono, invero, i limiti entro cui deve essere contenuto l’intervento di ricostruzione, ma non costituiscono gli elementi qualificatori dell’intervento il quale non dovrà presentare modifiche di entità e consistenza tali da trasformare il preesistente edificio in uno oggettivamente diverso; in tale ultima ipotesi, invero, si tratterà di “nuova costruzione” piuttosto che di ristrutturazione (cfr.: Cons. St., Sez. V, n.98 del 1999, n.921 del 1998 e n.451 del 1995, citate).
Né conduce a diverso avviso la previsione di cui all’art.30, lett. e), cit. della legge urbanistica regionale, come interpretata da questo stesso TAR (sent. n.1182 del 2002 cit.), giacchè gli aumenti ivi ammessi costituiscono, nella Regione Abruzzo, i limiti entro cui deve essere contenuto l’intervento di ricostruzione, ma non costituiscono gli elementi qualificatori dell’intervento di ristrutturazione edilizia.»

TAR PE 341/2002: « Con tali ricorsi, invero, sono state impugnate le concessioni edilizie via via assentite dal Comune di Montesilvano per eseguire i lavori di ristrutturazione edilizia mediante demolizione totale e ricostruzione di un vecchio opificio industriale ubicato su un’area adiacente quella di proprietà dei ricorrenti.
In particolare, sono stati impugnati i seguenti atti:
a) la concessione edilizia 23 aprile 1999, n. 7986, assentita alla s.a.s. Aurelio Menozzi & De Rosa (successivamente vulturata alla General Building) per eseguire i lavori “di ristrutturazione edilizia mediante demolizione e ricostruzione” del predetto opificio;
b) la concessione edilizia 8 giugno 2001, n. 8908, assentita alla s.r.l. General Building per eseguire sul predetto complesso edilizio i lavori “di ristrutturazione di un fabbricato mediante demolizione integrale dell’esistente e ricostruzione”; (...)
La norma regolamentare in parola, inoltre, nel disciplinare le ipotesi in cui è necessario acquisire il parere della Commissione edilizia utilizza una locuzione – come già detto – così ampia (“sulle nuove costruzioni e demolizioni con ricostruzione dei fabbricati”), da dover ricomprendere anche l’intervento in questione con il quale è stata nella sostanza autorizzata la demolizione integrale di un vasto complesso edilizio e la sua ricostruzione con modifica della destinazione d’uso. In particolare, l’intervento in questione prevede l’integrale demolizione dell’originario opificio industriale con la ricostruzione di un fabbricato alto oltre dieci metri e con una volumetria di oltre 12.000 mc., destinato parte ad attività commerciali, parte ad uffici e parte ad abitazioni.
Ora, ad avviso del Collegio, tale intervento così come autorizzato rientra di certo tra quelli cui la norma regolamentare in parola fa riferimento; nè appare in merito rilevante la considerazione sviluppata dalla controinteressata specie negli ultimi scritti difensivi, secondo cui le N.T.A. del vigente P.R.G., distinguerebbero la “Ristrutturazione” (che ricorrerebbe nel caso di specie) dalla “Demolizione con o senza ricostruzione” e che tale seconda ipotesi sarebbe quella presa in considerazione dall’art. 9 del regolamento edilizio quando parla di “nuove costruzioni e demolizioni con ricostruzione dei fabbricati”.
Tale interpretazione della norma regolamentare in questione non sembra, invero, convincente, in quanto da un lato appare limitarsi al dato letterale della norma, ipotizzando l’esistenza di una sostanziale diversità tra una “ristrutturazione” che comporta la totale demolizione con ricostruzione del fabbricato esistente ed una “demolizione totale con ricostruzione”. Da altro lato ancora deve rilevarsi che non appare neanche corretto utilizzare definizioni contenute nelle N.T.A. adottate nel 2001 per interpretare il regolamento edilizio del 1998. »

TAR TS 501/2000: «Il Collegio osserva che il provvedimento impugnato è fondato sulla considerazione essenziale della mancanza dei presupposti di cui all’art.138,comma 22 della legge regionale 9 novembre 1998,n.13(legge recante:” Disposizioni in materia di ambiente, territorio, attività economiche e produttive, sanità e assistenza sociale, istruzione e cultura, pubblico impiego, patrimonio immobiliare pubblico, società finanziarie regionali, interventi a supporto dell'Iniziativa Centro Europea, trattamento dei dati personali e ricostruzione delle zone terremotate. “)
L’art.138,comma 22 dispone che:” I crediti dell'Amministrazione regionale derivanti dall'applicazione dell'articolo 39 della legge regionale 50/1990, come da ultimo modificato dall'articolo 56 della legge regionale 40/1996, per il cui recupero sia stata intentata dai Sindaci dei Comuni terremotati azione giudiziale, ai sensi dell'articolo 102 della legge regionale 8 giugno 1993, n. 37, sono annullati, in tutto o in parte, con decreto del Sindaco- Funzionario delegato, qualora risulti che il convenuto abbia comunque utilizzato il contributo in lavori di riparazione o di ricostruzione del fabbricato danneggiato o distrutto dagli eventi sismici.”
Come risulta dalla documentazione versata agli atti di causa,e,segnatamente,dal suaccennato decreto n.15 del 21.12.1993 del Sindaco di Stregna(relativo alla restituzione del contributo regionale)e,soprattutto,dalla consulenza tecnica ,richiamata dal ricorrente,redatta dal Geom.Visentin Nedo nella causa civile n.2524 tra il Comune di Stregna e l’attuale ricorrente,quest’ultimo non ha “utilizzato il contributo in lavori di riparazione o di ricostruzione “del fabbricato danneggiato dal terremoto.
Infatti, egli ha operato senza alcun preventivo provvedimento autorizzatorio, senza la preventiva adozione di una variante ed al di fuori di “quanto autorizzato sul progetto approvato e per il quale era stato concesso il contributo”(così la consulenza tecnica-supplemento del 18.2.1996),degli interventi (radicali) di demolizione e di ricostruzione della preesistente costruzione, così ponendosi del tutto al di fuori dallo schema prefigurato dal ripetuto art.138,che contempla solo le ipotesi della esecuzione di lavori di riparazione o di ricostruzione.
Entrambe le ipotesi in parola esulano pacificamente,in quanto nel caso di specie non si è verificata la esecuzione di lavori di riparazione di un fabbricato esistente ,nè la ricostruzione di un fabbricato distrutto dal sisma,bensì la demolizione e la successiva ricostruzione di un fabbricato ad opera del proprietario.
3.Con il secondo mezzo il Bordon ha dedotto il vizio di:
Eccesso di potere per travisamento dei fatti.
Le prospettazioni vanno disattese.
Ed invero,innanzitutto è a dire che,come si è dimostrato,proprio la consulenza tecnica ha escluso la sussumibilità degli interventi eseguiti dal Bordon nel paradigma di cui all’art.138,comma 22.
Per quanto riguarda,poi,le opere eseguite in conformità al progetto approvato(indicate al punto 2/a della consulenza,per un importo di L.1.963.663),il Collegio osserva che trattasi di opere che,ancorchè conformi al progetto,fanno parte del più generale intervento ricostruttivo (demolizione e ricostruzione) posto in essere dall’interessato: intervento che, ripetesi, non può ricondursi allo schema dell’art.138, comma 22 (riparazione di fabbricato esistente o ricostruzione di fabbricato distrutto).»

TAR PR 493/2001: «4. Va, inoltre, precisato che l’oggetto del presente giudizio è costituto dalla possibilità di inquadrare intervento in parola come ristrutturazione, per le caratteristiche edilizie e per l’incidenza urbanistica, ai sensi dell’articolo 31, lettera d) della legge 457/1978, e non la modalità operativa della demolizione e successiva “fedele” ricostruzione pacificamente ammessa alla giurisprudenza dominante.
5. Nel merito il ricorso è fondato.
6. In linea di diritto va preliminarmente osservato che gli interventi di cui all’articolo 31 della legge 457/1978, le cui definizioni sono prevalenti rispetto a quelle degli strumenti urbanistici locali e dei regolamenti edilizi, hanno tutti la finalità di recuperare il patrimonio edilizio esistente e si contrappongono, sotto questo profilo, alle nuove costruzioni. Gli interventi di cui al citato articolo 31, pertanto, pur differenziandosi notevolmente per l’entità dell’intervento edilizio sotto il profilo delle strutture murarie, hanno la comune caratteristica di essere irrilevanti sotto il profilo dell’incidenza sul carico urbanistico dell’area, proprio perché diretti a recuperare l’esistente. Del resto non vi sarebbe motivo di differenziare la disciplina edilizia di una ristrutturazione, che consente interventi incisivi quali la demolizione e successiva ricostruzione “fedele”, rispetto alla nuova costruzione, se l’opera realizzata potesse comunque incidere modificando, in entrambe le ipotesi in modo analogo, l’assetto urbanistico esistente. In tal caso la preesistenza di un manufatto, che viene sostituito da un altro, costituisce una mera occasione per realizzarne uno nuovo, esulando la finalità di recupero dell’esistente richiesta dall’articolo 31 citato.
Anche sotto il profilo edilizio, poi, la finalità di recupero del patrimonio edilizio esistente, indicata dall’articolo 31 della legge 457/1978, citata, può sussistere soltanto nel caso in cui siano mantenute le caratteristiche del manufatto preesistente (cfr. Cons. Stato, sez. V, n. 1183/1999 e Cons. Stato, sez. V, 6767/2000).
Vero è che ben può rientrare nella categoria della ristrutturazione una modalità della stessa rappresentata dalla demolizione totale e dalla successiva ricostruzione (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, sentenza n. 6769 del 18 dicembre 2000 e giurisprudenza ivi richiamata). La ristrutturazione, infatti, ben può portare ad un edificio in tutto o in parte nuovo sotto il profilo delle strutture murarie che possono essere integralmente rifatte ex novo anche previa totale demolizione, come sopra specificato, tuttavia la natura dell’intervento deve essere tale da ricostruire il fabbricato mantenendone le caratteristiche preesistenti anche architettoniche e stilistiche (cfr. Cons. Stato, sez. V, 10 agosto 2000, n. 4397). Non è, pertanto, sufficiente ad integrare gli estremi della “fedele” ricostruzione il rispetto delle sole caratteristiche dimensionali e dei volumi complessivi ove sussistano i cambiamenti sopra indicati.
7. Nel caso concreto sotto il profilo urbanistico è sussistente una diversa incidenza urbanistica dell’edificio realizzando rispetto a quello preesistente in quanto esso consiste in un “edificio specialistico per attività economiche” in luogo del cinema “Orfeo”. Ne’ può ritenersi sussistente la finalità di recupero di un edificio adibito anche strutturalmente a Cinema nella realizzazione di un edificio da destinare ad attività commerciali. Il risultato finale è l’eliminazione di un preesistente edificio e la costruzione di uno nuovo che non ha alcuna correlazione con il preesistente.
Tale correlazione non è, inoltre, esistente neppure sotto il profilo edilizio in senso stretto in quanto non sono, nella fattispecie, minimamente conservate le caratteristiche essenziali del manufatto preesistente. Infatti, in luogo dell’unico contenitore, costituito da un cinema, si è realizzato un impianto in linea su tre vani scala, con accessi differenziati, con tre blocchi che risultano costruiti in adiacenza attorno alla “corte” centrale (vedi relazione tecnico descrittiva in atti). Ne’ può ritenersi sufficiente la circostanza della parziale occupazione della preesistente area di sedime, dell’altezza di gronda ed il formale rispetto del volume complessivo, in presenza di una totale diversa dislocazione dei volumi stessi, della modifica della sagoma dovuta alle diverse aperture richieste dalla diversa destinazione e la completa modifica della struttura interna per cui le caratteristiche architettoniche e stilistiche originarie non sono più riscontrabili.
In definitiva, nel caso concreto, anche sotto il profilo edilizio, non sussistono gli estremi della “fedele” ricostruzione che costituisce il requisito sostanziale fondamentale di un intervento edilizio qualificato come ristrutturazione.»

TAR PR 260/2004: « Oggetto di impugnativa è il provvedimento con cui, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di concessione edilizia in sanatoria per la “ristrutturazione di fabbricato colonico in zona agricola”, il Sindaco del Comune di Borgonovo Val Tidone ha respinto l’istanza perché in contrasto con l’art. 65 n.t.a. del piano regolatore generale e con l’art. 40 della legge reg. n. 23 del 1980. In particolare, alla base del diniego è la considerazione che “… l’opera consiste nella demolizione e ricostruzione di fabbricato abitativo e che i committenti non rivestono la qualifica di imprenditore agricolo … che, pertanto, non è rispettato l’art. 65 del P.R.G. e art. 40 L.R. 23/80 che prevede le nuove costruzioni in funzione della conduzione del fondo e delle esigenze dell’imprenditore agricolo a titolo principale …”.
I ricorrenti assumono erroneamente applicata la disciplina di piano. A loro avviso, infatti, l’Amministrazione sarebbe stata tenuta a qualificare i relativi lavori come “ristrutturazione edilizia con ampliamento”, a norma dell’art. 65, 1B.1), n.t.a. del piano regolatore, sì da doversi prescindere dalla qualifica di imprenditore agricolo, che non è richiesta per l’effettuazione di siffatte opere. Né rileverebbe la circostanza dell’avvenuta demolizione dell’edificio, essendo notorio come ciò non sia di per sé incompatibile con la nozione di “ristrutturazione edilizia”.
Il Collegio osserva che l’art. 65 n.t.a. del piano regolatore generale del Comune di Borgonovo Val Tidone individua, nell’ambito delle “costruzioni rurali ad uso abitazione”, le “nuove costruzioni” [1A)] e le “costruzioni esistenti” [1B)]; per queste ultime, poi, distingue i casi di “demolizione e ricostruzione” dai casi di “ristrutturazione edilizia con ampliamento”, subordinando l’ammissibilità dei primi al possesso della qualifica di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo a titolo principale, mentre per i secondi non richiede una simile qualificazione soggettiva. La risoluzione della controversia impone quindi di accertare la tipologia di lavori oggetto del diniego di sanatoria, e cioè la loro ascrivibilità all’una o all’altra delle categorie considerate dalla disciplina di piano, essendo pacifico che i ricorrenti non sono imprenditori agricoli a titolo principale.
Ora, secondo un univoco e consolidato orientamento giurisprudenziale (v., da ultimo, Cons. Stato, Sez. V, 10 febbraio 2004 n. 476 e 18 settembre 2003 n. 5310), la ristrutturazione edilizia di cui all’art. 31, comma 1, lett. d), della legge n. 457 del 1978 comprende anche la demolizione seguita dalla fedele ricostruzione del manufatto, con l’unica condizione che la riedificazione assicuri la piena conformità di sagoma, di volume e di superficie tra il vecchio e il nuovo manufatto. La ristrutturazione, insomma, non può comportare un’alterazione della tipologia edilizia e della volumetria preesistenti.
Ritiene quindi il Collegio che la previsione nel piano regolatore di un’autonoma figura di “demolizione e ricostruzione”, lungi dal privare di una delle sue caratteristiche essenziali la distinta categoria della “ristrutturazione”, sia finalizzata piuttosto ad individuare ipotesi in cui la riedificazione si presenta svincolata dalla necessità di una perfetta identità con il precedente manufatto. La “ristrutturazione edilizia con ampliamento”, invece, conserva i connotati tipici che la giurisprudenza ha riconosciuto in generale alla figura, quali poi codificati dall’art. 3, comma 1, lett. d), del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia”).»

TAR PE 647/2002: « Per il Di Guglielmo ha rilevato che: a) la particella interessata è la n. 115 (foglio n. 29), rappresentata nella tav. n. 2/86 del PRG, “quale area parzialmente interessata da edificazione diruta; le opere preesistenti sono state infatti graficizzate a filo dell’allineamento con la parte retrostante la particella 114”; b) il progetto è stato corretto dal Comune in modo che “la ricostruzione” avvenga “secondo la posizione del muro esistente in loco”, con rilascio di relativa variante; c) l’unico elemento di incertezza atterrebbe l’altezza del preesistente edificio, supplito dalla dichiarazione di notorietà di parte, che, peraltro, allega delle planimetrie relative ad un fabbricato di due piani, oltre al seminterrato; d) le prescrizioni del Genio civile hanno imposto un minore altezza e, quindi, un volumetria complessiva inferiore all’impegno planimetrico dell’edificio dirupo.
In sintesi, non vi sarebbero stati ampliamenti e/o modificazioni di sagoma, quanto invece riduzioni plano-altimetriche all’originario progetto presentato; la ricostruzione, quindi, è conforme all’edificio preesistente, anche se “in minus”, il che è nella “ratio” della normativa.
Per la proprietà Di Cecco – Di Lallo, l’appezzamento di terreno è la particella n 338/b (foglio n. 29), con un progetto presentato (piano rialzato, un primo e secondo piano sottotetto), approvato, in conformità delle prescrizioni del Genio civile, per il solo piano rialzato (conc. ed. n. 19/22.10.1992); in punto le interessate hanno prodotto variante, riducendo le altezze, onde poter fare il piano sottotetto, oltre il seminterrato ed il piano rialzato, che fino a oggi ha ottenuto solo l’autorizzazione regionale (21.9.1992 prot. N. 5069 - 25.8.1993 prot. N. 3228).
IL PRG del 1986 (delibera n 241/22 del 2.11.1986) indica il lotto, intervallato da una stradina (Vico III° Frentana, strada pubblica dichiarata con delibera consiliare n. 9/23.4.1971, di mt 2,22, come misura massima, e di mt. 2,04, come minima), come “edifico diruto” (tav. 2/86); l’art. 9 delle NTA (zona B – ricostruzione) prevede la “ricostruzione di edifici fatiscenti e distrutti o danneggiati per eventi bellici purchè non ecceda dalle volumetrie e dalle sagome degli edifici preesistenti (ovvero è possibile un “minus”, ma non un “maius”), e siano rispettati gli allineamenti su strade se individuati nelle planimetrie di PRG o di Piani Particolareggiati”.
In linea teorica sussistono quindi i presupposti per la “ricostruzione”, in conformità delle indicazioni di PRG e, relativamente alla sagoma plano-altimetrica, delle dichiarazioni sostitutive delle parti, atteso che il “ridimensionamento” da parte del Genio civile (altezza dei manufatti in funzione della larghezza del Vico III° Frentana) esclude senza dubbio ogni eventuale eccedenza dalle “volumetrie e dalle sagome” degli edifici preesistenti, nonché di violazione degli allineamenti con lo “stradello”, individuato dal PRG.»

TAR CB 1032/2003: « va preliminarmente chiarito che l’oggetto dell’impugnazione è costituito dalla serie di atti attraverso cui l’amministrazione ha disposto la sostanziale revoca del finanziamento già concesso ai ricorrenti per la ricostruzione dell’immobile danneggiato al sisma del 1984, dopo un lungo periodo in cui il procedimento finalizzato all’approvazione del progetto relativo all’intervento di ricostruzione era rimasto sostanzialmente bloccato.
Il procedimento in questione, avviatosi nel 1987, aveva subito un arresto allorchè nel 1993 il Comune si era avveduto, dopo che la circostanza era stata evidenziata dall’ufficio regionale denominato UCCR, della necessità di includere nell’intervento anche una unità immobiliare facente capo a terzi, in quanto anch’essa ricompresa nel medesimo comparto edificatorio (circostanza, questa, contestata in fatto dai ricorrenti). Tale situazione di stallo si è, alla fine, evoluta nel provvedimento che ha disposto un diverso utilizzo delle somme già stanziate per il finanziamento dell’intervento di ricostruzione dei ricorrenti.
Così individuata la fattispecie lesiva, va osservato che si tratta di un’attività interamente riconducibile all’operato dell’amministrazione comunale, cosicchè appaiono infondate le eccezioni di inammissibilità che muovono dalla necessità di evocare in giudizio (e di impugnare atti di) altre amministrazioni che, sulla vicenda, hanno fornito unicamente pareri ed altri atti infra-procedimentali senza adottare alcun provvedimento che incidesse direttamente sulla posizione giuridica degli attuali ricorrenti. Va comunque rilevato che le amministrazioni in questione, e segnatamente la Regione Molise a cui faceva capo l’Ufficio di Consulenza e Controllo, Riattazione, riparazione e ricostruzione (UCCR) di Isernia, sono state evocate nel secondo dei due giudizi, allorchè la vicenda si è conclusa con l’esito che è stato contestato. »

TAR VE 604/2008: « Dalla sola lettura delle due disposizioni su richiamate: art. 27, 15° comma, della legge regionale n. 61/1985 contenente le norme per l’assetto e l’uso del territorio (“Nel caso di esproprio di edificio per la realizzazione di strade o loro ampliamenti e di opere pubbliche in genere, e nei casi di demolizione e ricostruzione per inderogabili motivi statici o di tutela della pubblica incolumità, può essere consentita laricostruzione di egual volume in area adiacente, purché non destinata a spazi pubblici, anche inferiore alla superficie minima di legge) e art. 7 della legge regionale n. 24/1985 sulla tutela ed edificabilità delle zone agricole ( “Nel caso di esproprio di un edificio per la realizzazione o ampliamento di strade e per la realizzazione di opere pubbliche in genere, e nei casi di demolizione e ricostruzione, è consentita la ricostruzione con il mantenimento delle destinazioni d’uso, nei limiti di cui al primo comma dell’art. 4, in area agricola adiacente anche inferiore alla superficie minima di cui all’art. 2”) è dato evincere la previsione di una deroga alla disciplina degli interventi edilizi in zone agricole essendo consentita la ricostruzione degli edifici espropriati (e poi demoliti) per la realizzazione e l’ampliamento di strade, pur nel rispetto di determinate prescrizioni, ma nulla si dice in ordine all’esenzione degli oneri concessori. Né vi sono altre disposizioni della legislazione regionale dalle quali desumere l’esistenza di una deroga al principio generale della onerosità della concessione edilizia, atteso che l’art. 88 della legge regionale n. 61/1985 (esenzione dal pagamento del contributo) si limita a richiamare integralmente il disposto dell’art. 9 della legge n. 10/1977 stabilendo che il contributo non è dovuto entro i limiti e con le modalità dallo stesso previste.
Sulla scorta delle norme citate e delle suesposte considerazioni il Collegio ritiene che nell’ipotesi di ricostruzione di un edificio demolito a seguito di esproprio per la realizzazione o l’ampliamento di strade o di altre opere pubbliche il legislatore statale non abbia previsto alcuna deroga all’obbligo di pagare gli oneri concessori, mentre il legislatore regionale, tenuto conto del sacrificio subito dall’espropriato, ha previsto la possibilità di riedificazione in deroga ai parametri edilizi ed urbanistici vigenti per le zone classificate come agricole dai piani regolatori.»

TAR TS 36/2006: « Pregiudizialmente appare necessario chiarire che sull’ammissibilità ed attualità di tale secondo ricorso non incide (se non in minima parte, come si vedrà) l’ulteriore provvedimento sopravvenuto, e cioè il decreto 19 ottobre 2004, con il quale, sulla base dell’avvenuta iniziale ricostruzione di carriera con attribuzione ora per allora del grado di maresciallo capo dal 24 maggio 1975, si è proceduto ai conseguenti avanzamenti: a maresciallo maggiore dal 15 settembre 1994 e ad aiutante dal 1 settembre 1995.
Si osserva infatti che tale decreto, se pur porta a compimento la ricostruzione di carriera iniziata con l’atto del 5 agosto, si configura peraltro come mera ricostruzione a fini giuridici, e se ciò per un verso appare del tutto soddisfacente per l’interessato, posto che nel ricorso si prospetta come dovuto un identico sviluppo di carriera (di qui il parziale venir meno dell’interesse), per un altro verso rimane del tutto inappagante, in quanto nulla aggiunge alla (secondo il ricorrente) incompleta ricostruzione di carriera, dal punto di vista economico (in forza, come si vedrà, della detrazione di anzianità di oltre 12 anni della quale si è detto).
Si precisa da ultimo, analogamente, che non comporta alcuna conseguenza sul presente giudizio il fatto che l’interessato, come risulta documentato dalla relazione ministeriale in atti, abbia proposto un ulteriore ricorso, questa volta al Presidente della Repubblica, lamentando l’illegittimità di quelle stesse decorrenze degli avanzamenti a maresciallo maggiore e ad aiutante che viceversa, come si è visto, nel ricorso qui in esame, pur non conosciute, erano state anticipate come corrette, sia pur come presupposto per l’attribuzione di ulteriori benefici economici. E’ chiaro infatti che spetterà semmai alla Sezione consultiva competente del Consiglio di Stato valutare se detto gravame, notificato diversi mesi dopo il deposito del ricorso qui in esame, nei suoi vari aspetti, sia rituale e ammissibile, ed anche se contenga, o meno, un petitum diverso rispetto a quello qui azionato.»




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